Il recente episodio di hackeraggio di una società che vendeva, in modo forse spregiudicato, uno spyware in grado di fare registrazioni ambientali da cellulare, di monitorare l'attività dei pc e, forse, anche di caricare false prove su dispositivi sotto controllo, pone dei problemi etici che ancora nessuno ha affrontato seriamente.
Il software, tutto il software, è, in ultima analisi, un robot, sprovvisto però di una qualsiasi etica.
In particolare questo software, ma ne esistono moltissimi altri, compie azioni già di per sè stesse eticamente discutibili e, almeno in alcuni stati, penalmente perseguibili.
In aggiunta, sia perché venduto coscientemente, sia perché utilizzato da malintenzionati, può essere stato o venire utilizzato in futuro, invece che dalle forze dell'ordine o assimilabili, da chiunque ne entri in possesso.
Chi decide e in base a quali criteri quali sono le operazioni eticamente accettabili che un software può compiere?
Chi e in quali situazioni può essere autorizzato e da chi all'utilizzo di strumenti di questo tipo?
Considerando la relativa facilità con cui è stata hackerata la società che produceva questo software, come anche in passato era già successo ad altre società simili, la materia è a dir poco esplosiva.
In questo caso però, a mio parere, la soluzione è estremamente semplice: non dovrebbe essere permessa la creazione di software a codice chiuso, cioè, tutto il software dovrebbe essere open source.
Solo la possibilità per chiunque di controllare qualunque software in circolazione pone le basi reali per la nascita e l'implementazione di una scienza etica ad hoc per il software.
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